Carte Romane

Oreste Casalini

Ho ricevuto questo quaderno da Francesco Moschini, nel mezzo di un’estate calda,
tipicamente romana. Una visita nella sua galleria come tante, senza particolari aspettative,
trasformata in un’occasione rara, fortuita e pure precisa come una coincidenza.
Visitando la mostra, nel bel mezzo di una conversazione, Francesco si allontana e sparisce,
come rapito da una sua intuizione si inabissa nel suo incredibile archivio di carte e libri. Ne
riemerge poco dopo con il pesante tomo tra le mani. Racconta di aver fatto rilegare alcuni
libroni come quello anni prima, con il proposito di darli ad alcuni importanti architetti e artisti
che poi li hanno usati come quaderni di schizzi, disegni o altro; dice che quello che aveva tra
le mani era l’ultimo esemplare rimasto, che da tempo stava aspettando l’occasione giusta…-
e quindi fa per consegnarmi il tomo, sorridente, con l’aria leggera della pacifica provocazione-
“ti piace pedalare? fatti questa muraglia cinese.”
Poco tempo prima aveva visto qualcuno dei miei quaderni di viaggio, conosceva l’idea che
coltivo da sempre di portarmi dietro quello che a volte considero il mio “studio principale”,
portatile, sotto forma di quaderno più o meno ingombrante; un’idea diventata tratti anche
necessità, una volta lasciato lo studio “fisso” nel centro di Roma per spostarmi e viaggiare per
il mondo.
Ora il periplo torna al punto di partenza, qualche anno dopo sono di nuovo a Roma e ritrovo
solo alcuni di quelli che sono stati compagni di viaggio; Francesco non lo avevo mai
conosciuto direttamente prima, ma conoscevo la sua galleria e molti degli artisti che
passavano di lì.
Darmi un quaderno di dimensioni e peso simili mi è sembrata una chiara provocazione, una
esortazione; come a dire: “questo non puoi portartelo dietro, è un quaderno ma va
parcheggiato da qualche parte, resta qui, fermati, non ti muovere, lavora sul tempo..” . La sua
gentilezza perfettamente in accordo con le pagine bianche grandi come lenzuola, la copertina
estensione della sua giacca, il sorriso entusiasta contagioso che vuole solo una risposta, tutto
mi ha coinvolto.
Le parole esatte sono state: “fai come vuoi, mettici anche un anno, ma fallo.”
Perfetto, irragionevole e senza senso da affascinare. E infatti è passato un anno intero, e
anche di più, ormai quasi due. Ho portato il librone nel nuovo studio di Roma e lui si è subito
ritagliato uno spazio importante diventando una presenza costante, spesso il ricettacolo
principale di tutti i tentativi, di tutti i pensieri, per tutto l’anno 2004 e dopo. Prima
sommessamente, poi via via sempre più presente, fino ad installarsi al centro della scena
come a ricevere e dare segnali e direttive a tutti gli altri lavori.
Le pagine aperte sono diventate l’architettura di una immagine dello spazio che stavo
vivendo.
Tutte le immagini delle cose che vedo. Lo spazio che attraverso, quello che riesco a
percepire, si forma nell’atto di percepirlo. è un lavoro di conservazione, nel senso che nella
sequenza di piani colorati è facile e naturale scoprire distanze e proporzioni, le quali a loro
volta disegnano proprio la forma della pagina che le contiene, ma facendo questo, in questo
essere qualcosa ed alludere ad altro, la semplice decorazione si anima, la scansione di pieni
e di vuoti comincia a sostenere il peso di una figura, non una persona ma un simbolo,
geometrie che diventano figure e figure che si tramutano in azioni, altri simboli, ricordi..
Tra tutti gli stratagemmi possibili si è sempre imposta la volontà di cogliere le immagini nel
momento nascente, scavare fino allo stupore originario, e con la tecnica conservarle,
cumulare tracce e poi farle agire insieme, rendere visibile un’idea di spazio mentale ma reale,
concreto come una visione, la risultante di una miriade di particolari.
E’ questo il movente, il desiderio di trattenere quanta più memoria possibile della nuda
intuizione, dello svelamento. Senza obiettivi preordinati, non sottomesso alla necessità,
desiderio libero di associare e distruggere, condensare in un tratto tutti i tratti mancanti.
Sfogliare la prima pagina mi da sempre la sensazione di aprire una porta. Ogni volta entrando
sento l’odore delle vie di questa città, il mio spazio mitico, sospeso tra tempi lontanissimi. Si
volta a destra e si aprono piazze, si ritorna a sinistra e si incrociano vicoli, si saltano millenni
con disinvoltura disumana, si incontrano figure dimenticate, parole dimenticate, ritornano
insieme al tutto, alla polvere, ai muri che sciorinano i pezzi ricomposti da tutti i tentativi e tutti i
fallimenti. Incrocio per incrocio, pietre accumulate, ordine di quel che resta, caos senza
soluzione.
E poi metalli, figure, ombre, con i loro significati oscuri e pur presenti, abbinati al vetro delle
vetrine, alle luci colorate del perenne restauro, sempre moderno.
Come in questa città, le pagine si toccano, si cammina radente le mura, ci si sporca la giacca
di ocra gialla e polvere, bisogna fare attenzione, alla folla, a se stessi, ai movimenti inconsulti.
Le pagine scivolano le une sulle altre, si entra in cortili colorati con passi simili a carezze, una
cura necessaria simile alla devozione, si strofinano le dita sull’ultima patina cercando di non
consumare troppo..

Quello che c’è, il corpo della pittura, il corpo stesso, l’idea del corpo.
Disegnare un corpo, una figura, un presente.
Un organo vivente, rappresentato ma vivente, non disegnato.
Organo in atto, tratto da, traccia, battito.
Segno diretto, qui.
Sono, non cogito,
ma appaio preciso ai tuoi occhi,
evoco alla tua mente,
lego dentro e fuori i tuoi discorsi,
creo un motivo.

Poi tessuta la trama si rintracciano i superstiti,
si svolge l’oblio sulle orme incerte.

Ricostruire un disegno, complessivo,
un totale simile all’esperienza,
una dimenticanza e la cura di un milione di particolari assolutamente futili ma necessari,
divine nullità capaci di lasciare traccia.
Intonare l’eco che ancora risuona,
catturare l’onda nella sua vibrazione,
dire e tacere, fare e disfare, cancellare.

Non una sola direzione a priori,
la non scelta di stare in mezzo, non salvarsi, non aggrapparsi a niente,
non ambire nemmeno alla salvezza, sporcarsi invece,
e trovare che lo sporco è un’altro colore.

Perdere e ritrovare, ribaltare, riflettere.
Lavarsi, acconciarsi, dimenticare,
provarle tutte, non credere a nessuna.