La morte del pulcino

di Emanuele Trevi - per la pubblicazione di "2006" di Oreste Casalini

Colui che dorme non sa di non essere solo a dormire e che ossa che non sono le sue gli scompongono lo scheletro e si girano nel suo sonno.
Antonin Artaud

Era lì, molto poco appariscente, silenzioso, seminascosto tra le pieghe e i profondi avvallamenti formati dai cuscini del divano, assorto nel suo esistere: nell’irrimediabile, sfacciata, diamantina purezza del suo esistere. Un tamagotchi: non poteva essere nient’altro. Un singolo esemplare della grande ondata, un fante disperso dell’invincibile armata dei pulcini elettronici.
Quello era il periodo della prima generazione. La più intrepida, frugale, vigorosa: la stirpe dei conquistatori e dei fondatori. Un’essenzialità da bassorilievo e da poema eroico in tutti gli aspetti dell’esistenza. E ovviamente, la forza del numero: la più potente delle forze terrene e celesti. Migliaia e migliaia di pulcini digitali nella loro gabbietta virtuale, simile al quadrante di un orologio. La chioccia di quella prodigiosa covata: un animale nero e immenso come la notte, un’intelligenza spietata ma non priva di ironia, un colosso tecnocratico di forma impensabile, proteiforme, sottilmente oscena. E tutti i suoi pulcini lì tra noi, sulle strade visibili del mondo. Dal Giappone, come un polline benefico o le spore di un’infezione letale, avevano attecchito ovunque. Il prezzo era modico, quasi più una specie di obolo, considerato in sé, che un prezzo vero e proprio. Era un’angoscia, una torbida felicità, un frammento di utopia alla portata di tutti.
Eravamo ancora sposati, in quel periodo.
Qualcuno dei nostri amici, quella notte, si era “dimenticato”, questa la prima conclusione, il suo tamagotchi a casa nostra. Non era più, ormai, un oggetto molto di moda. Particolare importante, in fin dei conti, perché rendeva, con la sua desuetudine, anche lievemente ironica la presenza inaspettata di quell’oggetto. Lo avevamo trovato tardi, quando tutti se n’erano andati via: quel momento della vita, insomma, perfettamente raffigurato nella pubblicità dell’epoca dove si vedeva una giovane coppia che, chiusa la porta dietro gli invitati, si contende, con giocosi tranelli, l’ultimo Mon Chéri rimasto. Sapete bene di cosa parlo, credo: lui, il più farlocco dei due, all’inizio della serata sosteneva che ai suoi amici non piacevano i cioccolatini. E invece.
Noi tiravamo tardi davanti alla tv, guardando un documentario sui segreti dei box della Ferrari a Monza. L’aspro, realistico, disincantato italiano di Jean Todt. Il pulcino elettronico, forse, non era stato dimenticato, ma intenzionalmente lasciato lì a casa nostra, nei tessuti e nei morbidi volumi del divano, da qualcuno che si era, così abbiamo ulteriormente ragionato, stufato di accudirlo. Può capitare. Non se l’era sentita però, di lasciarselo crepare tra le mani. Si capisce: noi tendiamo sempre a modificare leggermente, a correggere ogni gesto di vigliaccheria con una piccola vigliaccheria di senso, di sapore opposto. Una lieve risacca nel moto ondoso dell’infamia. Lo aveva dunque lasciato lì, in un posto caldo e sicuro, come una volta si lasciavano i neonati sulle porte dei conventi. Esposti all’altrui pietà: da cui viene anche, come si sa, il cognome Esposito, così diffuso nel meridione. L’abbandono dunque, ma mitigato da qualche forma di sollecitudine: un compromesso umano molto frequente, forse una di quelle forme di equilibrio che in certi momenti sono necessarie alla vita. Questo sommario ma non inesatto profilo psicologico si addiceva benissimo a qualunque degli amici che erano a casa quella sera – come anche a noi stessi, bene inteso.

Piovuto dal cielo, non poteva essere.
Non abbiamo mai indagato seriamente sul proprietario, comunque – sull’abbandonatore del pulcino. E nessuno si è fatto avanti, la mattina dopo, per reclamare indietro l’oggettino simbolico, il mite e tremendo giocattolo. Il tamagotchi, a quell’ora della notte, era ancora vivo. Suggeriva, addirittura irradiava intorno a sé, così piccolo, una specie di tenace e vibrante volontà di essere lì.
Con tutte le sue radicette, di qualunque specie esse fossero, disperatamente affondate nel luogo, e nel momento. Niente di più, e niente di meno. Ecco, io esisto, sembrava dirci – esisto anche io, pio pio anche io anche io pio pio. Consideratemi sotto questo profilo dell’esistere. Siamo fratelli, consorti: ostaggi della sfiga, individui destinati a guastarsi, andare a male, venire rapidamente dimenticati.

Come dargli torto ? Aveva, questo congegno da pochi soldi, un’eloquenza per niente ingenua. A quell’ora della notte, mentre ce lo passavamo di mano in mano, rigirandolo e soppesandolo (era leggero come una piuma – anzi, come un uccello, volendo essere più esatti) i suoi argomenti erano ancora più efficaci, c’è da credere. Avevamo letto sui giornali tante cose, su quei pulcini, e ne avevamo sentito spesso parlare in tv, quando la mania dilagava ovunque, rapida e guizzante. Si parlava di effetti catastrofici sulla mente dei bambini e degli adolescenti, e di conseguenza sulla mente dei loro genitori, già di per sé abbastanza disturbata, com’è la mente della maggior parte delle persone in questo mondo. Attacchi d’ansia, sindromi da colpevolezza e inadeguatezza. Ci mancava solo, sostenevano i fautori di questa teoria, insigni cattedratici e giornalisti, il giocattolo dannoso ai nervi. Come se non bastasse tutto il resto. E non avanzasse pure.
Con lo stesso tono che non ammette repliche, si parlava anche, sempre sui giornali e in tv, di effetti straordinariamente positivi sulla mente degli stessi bambini e adolescenti proprietari dell’indifeso, bisognoso pulcino virtuale. Non c’è in questo mondo un professore, un esperto, un giornalista, un qualunque produttore di opinioni e teorie che non abbia da qualche parte una specie di gemello speculare, di doppio, di riflesso deforme che sostiene un parere totalmente opposto. Il confrontare e dibattere opinioni opposte è considerato un segno di intelligenza e civiltà: un carattere distintivo del genere umano, addirittura. E dunque il tamagotchi, secondo questa concorrente scuola di
pensiero, avrebbe ispirato nei più giovani il piacere, l’impulso del prendersi cura, in vista di più complesse responsabilità – di pulcini più seri, per così dire. Come le vecchie, antropomorfiche bambole, certo. Che però, rispetto ai pulcini, avevano l’evidente svantaggio simbolico di non morire mai – sempre ipocondriache e malaticcie, magari, ma praticamente eterne, raggelate nella loro imbarazzante infanzia perpetua.
Difficile decidere, farsi quella che si dice un’idea propria, in merito alla nocività o ai benefici del giocattolo. Per una merce, per qualunque tipo di merce, suscitare opinioni divergenti e inconciliabili è sempre un buon segno, una specie di consacrazione.
Il pharmakon degli antichi Greci: veleno e medicina annidati nella stessa parola, nello stesso lieve intrigo di vocali e consonanti.
E comunque, non ci era mai capitato di tenere concretamente uno di quegli affari tra le mani: nemmeno all’apogeo della mania. Se anche avevamo nutrito una pur vaga opinione personale sul giocattolo, adesso era tutta un’altra storia. Quanto al pulcino, non era molto difficile capire come funzionava. Se sai usare un telefonino, in pratica sai usare tutto, in questo mondo: e questo è forse il carattere più minaccioso, e nello stesso tempo seducente, della tecnologia contemporanea. Sotto il quadrante, c’erano dei piccoli pulsanti corrispondenti a tutte le funzioni da compiere periodicamente, pena la vita del piccolo. Cose tipo dargli da mangiare. Ma di una sola operazione mi ricordo perfettamente: bisognava sempre, tra le altre faccende, pulire il nido. Sì, perché la peggiore causa di mortalità, per il pulcino, non erano né l’inedia né la solitudine né l’abbandono a provocarla, come si potrebbe romanticamente pensare, bensì la sua cacca. Se non la si eliminava entro certi orari, azionando i comandi adatti allo scopo, il povero cucciolo implume affogava nella sua stessa merda. Proprio così. Una massa di merda digitale che montava come una marea implacabile fino a saturare l’intera cuccia, soffocando alla fine il malcapitato.

Autocoscienza: valutazione periodica (minimo una volta a settimana) del proprio grado di probabilità.
Un saggio editing di se stessi, prima di ogni svolta, o svolta apparente, del sentiero della vita.
Il tamagotchi morì nel giro di due giorni scarsi. Non ci eravamo divisi i compiti, confidando ognuno nelle propensioni materne dell’altro, e questo palleggiamento della Responsabilità è stato fatale al bisognoso giocattolo. Vorrei poter dire, come farebbe un bravo scrittore a questo punto, che il tamagotchi morì annegato, soffocato nella sua merda. Ma onestamente, non ricordo bene.

E questo è un fatto che, a raccontarlo, esige perlomeno un certo grado di accuratezza.
Probabilmente, gli effetti della nostra incapacità di accudimento furono simultanei, dolorosi e umilianti per il pulcino: e la fine arrivò per la fame, l’accumularsi della cacca, il freddo, il semplice abbandono.

Jimmy il Filippino, un imbecille totale che a quei tempi veniva a fare le pulizie da noi più o meno una volta a settimana, quando si ricordava, provò a rianimarlo con un atteggiamento da grande clinico, perché i suoi figli avevano posseduto tutti un tamagotchi in buona salute, fatto che evidentemente lo rendeva fiero, ma poi scosse la testa, proprio come fanno in Medici in prima linea, il defribillatore e le siringhe di cortisone ancora in mano, dopo averle tentate tutte con un paziente conciato troppo male. A Jimmy mancava solo la mascherina verde sulla bocca e la cuffietta in testa.

Eravamo in cucina. Tre esseri umani vivi e un pulcino elettronico stecchito. L’essere vivi per noi era un dato di fatto pacificamente accettato, né più né meno dell’essere morto del pulcino. Ci accontentavamo di quella generica sensazione senza pretendere prove indiscutibili a torto o a favore. Di sicuro, nessuno di noi aveva l’idea anche più pallida di fare parte di una storia o di qualcosa di anche lontanamente simile. Non ci sentivamo né all’inizio né alla fine di niente. E nemmeno a metà, per dirla tutta. Non c’era nulla in vista che assomigliasse a un capo, o a una coda. Mentre Jimmy riponeva l’ormai inutile giocattolo su un angolo sgombro del tavolo in cucina, con una delicatezza che, così almeno mi era sembrato, poteva essere facilmente interpretata come una forma di estremo omaggio e rispetto per il morto, per l’ormai inesistente pulcino, un lungo raggio del sole ormai declinante aveva attraversato in diagonale tutta la lunghezza del pavimento.

Tiepida e ambrata, quella luce rivelava al suo passaggio un leggerissimo pulviscolo. Mi sentivo letteralmente trafitto da una certezza improvvisa: avevo già sognato tutto questo, il tramonto in cucina e le tre persone immobili intorno al tavolo, immerse per una manciata di secondi, che però erano anche lunghi ognuno un’eternità incommensurabile, nei loro pensieri. La luce era quella: la luce splendida, inesplicabile, lievemente ospedaliera di una giornata serena che volge al termine nel cuore dell’inverno. E in quell’ora, nel mio sogno imbevuto di quella luce terminale, di quella luce senza errore, tre individui erano raccolti intorno a un tavolo a vegliare, per pochi eterni secondi, qualcosa di esiguo e spacciato, una misera e leggerissima spoglia appena trafitta dall’inesistenza.

Nel sogno questa creatura infinitesimale non aveva l’aspetto del tamagotchi, ma cambiava ogni volta, magari riducendosi a un semplice segno, come una matassina di filo nero ingarbugliato appoggiata sul ripiano del tavolo, pronta a volare via al primo refolo di vento.

Altre volte era un cucciolo di mammifero, ma non più grande della falange di un dito, così che era impossibile anche solo stabilirne la specie. Una volta, l’esserino sconfitto, vegliato dai tre viventi, aveva l’aspetto di Wendy, l’amica di Peter Pan, riversa di schiena, le ali schiacciate sotto il peso del corpo abbandonato alla gravità, le braccine dalla pelle bianchissima protese a ghermire qualcosa che le era sfuggito per sempre.

Non era uno di quei frequenti miraggi che si producono nel deserto della mente, come un déja vu.
Più volte mi ero appuntato quel sogno sul mio quaderno, quasi ogni volta che mi accadeva di farlo, sempre più di frequente negli ultimi mesi. E poi mi era successo di riviverlo tale e quale, con la sola differenza del tamagotchi, nella cucina di casa mia, un normale pomeriggio di metà settimana, ben piantato nella normalità del tempo. Tale e quale: il quaderno non mentiva. Come una messa in scena a scopo terapeutico. Ma a che scopo, questa terapia, e chi l’aveva stabilita? Le risposte non sono mai state il mio forte. Quello strano fenomeno poi, quella scena che si era ripetuta identica sia nella regione dei sogni che in quella della veglia, non era pane per i miei denti abitudinari.

Non era tanto la pietà per la creaturina che non ce l’aveva fatta, a farmi da stimolo quando ripensavo all’esperienza. Tanto peggio per lei, mi dicevo in sogno, e quanto al tamagotchi, o almeno ai suoi resti inerti, questi non ebbero nemmeno l’onore di essere dimenticati sul fondo di qualche cassetto, ma finirono direttamente nella spazzatura – là dove, insomma, prima o poi finiremo tutti noi. No, non era pietà, o perlomeno questa pietà, anziché rivolgersi alla cosa inerme che mi appariva in sogno, era rivolta a me stesso, e alle persone che mi erano care, che spartivano con me il cammino della vita. Perché allora è proprio vero il luogo comune, riflettevo, quella vecchia solfa che ripete che la vita è un sogno, solo un sogno, e che noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e che tutto ciò che ci piace, e che amiamo, altro non è che un breve sogno.
Qualcosa che ci sfugge fatalmente, dunque: e che finisce sempre per rivelare, in noi, una specie di carenza originaria, la mancanza di organi abbastanza fini, sensibili, prensili da riuscire a trattenere, custodire, apprezzare tutto ciò che, pure, ci appartiene come l’essenza stessa della nostra vita: ma invano, a quanto pare.

E’ stato proprio in quei giorni d’inverno che, sopraffatto e come conquistato da un senso benefico di ulteriore rimpicciolimento del mio ego e dei miei bisogni, e felicemente trasportato, se così posso esprimermi, dall’onda della mia stessa insignificanza, ho scritto una breve poesia, che ho semplicemente intitolato Uno qualunque.

Io sono uno qualunque
un filo di bava
una scaglia di forfora
un peto nel vento.
Sto nel mucchio, assomiglio.

Uno così qualunque
che se faccio la fila
alla posta non so mai
se sono il primo o l’ultimo:
e mi frego io stesso il mio posto.