Oreste Casalini “2004”

Benjamin Thelonious Fels

“2004” si muove come la più versatile delle finzioni. Rende visibile l’esperienza della lettura,
quella che proviene dalla divisione delle parti, dal trasformare pagine rettilinee in
un indivisibile stato di reverie. Le ricche pianure di colore “collegano, respingono e dividono
sotteraneamente” emettendo linfa da pagina a pagina, rendendo la lettura del lavoro
visivo fluida. Camminare per la nuova biblioteca centrale di Seattle progettata da
Rem Koolhaas evoca un sentimento simile a quello che si prova guardando “2004”. La
costruzione modella lo spazio per echeggiare una fluidità temporale nel mentre che
scorre, attraverso gli atti di lettura contenuti nella sua stessa pelle. I pavimenti sembrano
fusi uno nell’altro senza fratture distinte tra loro ed i numeri di catalogo che ordinano
le mensole compaiono solo in un secondo momento, come uno sforzo per controllare il
torcersi della forma iniettando una griglia numerica nel suo centro. I corridoi che conducono
alle sale pubbliche della libreria sono di un rosso palpitante, un colore che
trascina chi guarda nel tempo denso di quel particolare grumo di spazio.
Il colore ha un ruolo simile in 2004, ogni campo conduce ad un panorama temporale
differente, scorrendo dentro e fuori uno nell’altro. Giles Deleuze attraverso Henri Bergson
spiega come il tempo empirico consista di intervalli e di un tutto che possono comprendersi/
compenetrarsi/racchiudersi interamente soltanto cambiando continuamente. Il
tutto è diviso in segmenti diversi e questi vengono insieme attraverso lo stesso movimento
che li ha resi separati. I campi di colore in 2004 trasformano la rotazione delle
pagine in un rivelarsi di strati paralleli che slittano, dividono il libro nel movimento stesso
che lo unifica. È un lavoro che ha limiti fisici, e che tuttavia si apre continuamente al
cambiamento. Il movimento che genera minaccia di rovesciarsi oltre i suoi bordi.
Oreste mi ha ripetutamente detto che il “contesto” è la chiave. Ho visto per la prima volta
“2004” mentre mi trovavo accampato nel suo studio a Roma in attesa di un visto per
un viaggio nell’India del sud. Ascoltavo l’orrore impressionante delle notizie sugli effetti
dello tsunami. Non volevo assolutamente estetizzare la tragedia, ma sono rimasto colpito
da come quel particolare stato del mondo ha fortemente formato la mia ricezione del
lavoro di Oreste. Il terremoto in Indonesia ed il risultante tsunami frantumano la nostra
percezione di un mondo fisso, rivelano al contrario una sfera in costante e a volte violento
movimento. Ad Ovest abbiamo sentito parlare di placche mobili e masse di acqua
che spingono ai confini fra terra e mare. Rappresentati cartograficamente come linee,
bordi che sono in effetti un dare e prendere fra gli elementi. Mappe, schemi e rapporti
che funzionano per dare l’impressione che il mondo ancora relativamente si regga, immobile,
come crediamo sia necessario per capirlo.
Facendo due passi nei dintorni dello studio di Oreste mi sono trovato nel mezzo dell’EUR,
tentativo fascista di fissare la storia nel suo più aspetto più monumentale. “2004
compare come risposta ad una visione del paesaggio come serie di segni fissi, del tempo
come linea che conduce in un singolo senso.