Un sisma di idee

Oreste Casalini

Non c’e una cosa che si possa chiamare Arte.
vi sono soltanto gli artisti, uomini e donne, cioè,
che hanno avuto il mirabile dono di equilibrare forme e colori
fin quando non siano state “a posto” e, cosa ancora più rara,
che hanno un’integrità di carattere tale da rifiutare ogni soluzione parziale
e sono pronti a rinunciare a tutti i facili effetti e a ogni superficiale successo
pur di affrontare il travaglio e la fatica necessari a un lavoro sincero.”
(Ernest Gombrich 1950)

Come si fa a dire qualcosa di sensato su un evento che senso non ne ha? Ragionare su qualcosa
che va al di là della capacità di comprendere? Quando sono stato coinvolto in questo progetto mi è
sembrato un impegno impossibile, affrontare tanto dolore, una città distrutta, tanti morti, mi
sembrava inverosimile e anche un po’ insensato. Cosa può fare un artista di fronte una tragedia
simile, di fronte a bisogni tanto urgenti?
Nel centro di una grande città s’è creata una Zona chiusa e misteriosa, impenetrabile, dove non
valgono più le leggi che regolano il resto del mondo. Lo sgomento iniziale è presto mutato in
desiderio di attraversare il confine, in bisogno di conoscenza, di elaborazione, e quindi di
superamento, proiezione nel futuro.
E’ questa la chiave del progetto Epicentro, non solo la tragedia, la riedificazione materiale del
centro storico, ma la ricostruzione simbolica dell’immagine della città, l’attivazione di una
circolazione positiva di idee. Quando gli equilibri sono distrutti si pensa naturalmente a quel che si
è perso, ma un evento simile apre anche scenari inaspettati e spazi per nuove idee. Cosi oggi lo
spazio svuotato della città storica può e deve essere ripensato come non sarebbe mai stato
possibile prima. Il problema dei centri storici, assediati da una modernità imprevedibile quando
furono edificati, è comune a molte città non solo italiane. Anche la città dell’Aquila prima del
terremoto viveva un conflitto irrisolto tra uno sviluppo disordinato, lo sfruttamento insensato delle
risorse e dello spazio, e un‘eredità storica d‘eccellenza che meritava interventi profondi di
riorganizzazione, tutela e restauro.
Ma ora il disastro ha sospeso lo scorrere della vita. Una condizione di chiusura tragica e allo
stesso tempo una apertura, ora obbligata, per ripensare le cose, l’incontro delle persone, la
circolazione delle emozioni, per ricreare i percorsi, ridefinire le connessioni, ricostruire le speranze,
con la stessa determinazione con cui si erigono mura antisismiche.
Qui l’arte ha un senso, contribuisce in modo decisivo a definire l’immagine collettiva di un luogo e
di un‘esperienza. In una situazione limite come questa si apre uno spazio inaspettato anche per
l’arte contemporanea: ho via via scoperto una disponibilità all’ascolto, un desiderio sincero di
confronto, di trasmissione di idee, di volontà di capire di cui mi ero quasi dimenticato. Accanto alle
soluzioni pratiche, alle necessità materiali, anche l’arte ritrova uno spazio originario, quasi una
funzione, legata alla fantasia, al desiderio di verità, alla maestria, alla bontà di chi non può far altro
che fare il meglio. In situazioni come questa si perde molto, ma si ritrova anche il valore della
dimensione simbolica dell’esistere, si scopre una vicinanza, un desiderio per ciò che è umano che
diventa esso stesso terapia, ricostruzione personale e collettiva.
Un artista non sa nulla, non può fornire alcuna salvezza, ha il solo vantaggio di sapere di non
sapere e il coraggio o l’incoscienza necessaria per non fermarsi davanti alla paura; ci prova
sempre, senza pensare ai pericoli che corre, insegue i limiti della sua capacità di sperare e di
desiderare. Per questo è necessario il lavoro di un artista, c’e’ bisogno di coraggio per attraversare
il confine, c’è bisogno di pazienza per lenire una sofferenza, qualità che in tempi difficili rivela tutto
il suo valore di materia viva, comunicabile, capace di rianimare un corpo ferito, rimettere in
circolazione il sangue.
Ripensare la città è già architettura, è già ricostruzione, per questo una consulta di idee è un
momento prezioso. Agli artisti non è stato solo chiesto di donare un’opera, ma di esprimere
un’idea. Tutti quelli che hanno partecipato a questa prima fase del progetto sono stati invitati a
pensare alla città, alla sua gente, di operare in quello spazio, farsi parte di un processo di
rianimazione, di proiezione in un futuro possibile.
Non è stato facile, tutti hanno provato in un primo momento il mio stesso sgomento e perplessità,
ma poi tutti hanno partecipato con una motivazione simile, come se il destino di una città e dei suoi
abitanti fosse una metafora del loro stesso destino di precari abitanti di questo mondo, come se le
possibilità e le sfide che una situazione di questo genere impone fossero battaglie imperdibili in cui
gettarsi senza riserve. In un momento in cui tutto nell’arte viene valutato attraverso il prezzo, gli
artisti si sono dimostrati capaci di distinguere, di donare e difendere un valore.
Per riappropriarsi della città, ricreare il tessuto di immagini condivise che costruiscono
letteralmente la nuova dimensione della città, anche l’arte, l’architettura cambiano di segno, non
appartengono più al tempo altro della progettazione, dell’espressione, del calcolo, ma possono
nascere dal tempo dell’ascolto, dall’incontro di esperienze e punti di vista diversi, dal mescolarsi di
cose apparentemente lontane.
L’incontro con l’architettura fa bene all’arte, impone la semplicità di un senso preciso, di una
direzione, una sorta di contenimento di ciò che per definizione è incontenibile, deborda da tutte le
parti e rischia di perdersi. E all’architettura fa bene confrontarsi con l’altra faccia dalla creatività,
quella che non aspetta una domanda per mettersi in moto, ma che è essa stessa una domanda,
non funzione ma necessità. L’arte è dappertutto ormai, è’ una chiave di lettura del contemporaneo,
un modo di vedere, un enorme flusso di idee che rimbalza per tutto il pianeta, provoca incontri di
esperienze e di culture, produce verità che non si escludono a vicenda, ma che anzi si cercano,
cercano il confronto, si arricchiscono pur rimanendo verità parziali. Nessuno oggi può pensare di
ricostruire la complessità di un organismo vivente come una città; se ne possono analizzare i
processi, contenere le distorsioni, migliorare le potenzialità, ma poi l’insieme sarà sempre il
risultato di mille contraddizioni, mille particolari, mille parziali verità.
Ora il vuoto dell’Aquila è un altro mondo, uno spazio umano senza uomini, spazi interni che sono
diventati esterni, dove la natura indifferente ha subito ripreso la sua opera di ritorno all’origine;
strade e piazze che al contrario sono diventate interno, l’unico spazio percorribile, un immenso
teatro, uno scenario della memoria che ha scoperchiato una città seppellita da secoli, senza
automobili, pubblicità, rumore, frenesia. Immaginare una storia diversa da quella che appare è già
una sfida all’ordine del mondo, questa città oggi può diventare un immenso laboratorio, un intero
centro storico può essere trasportato, tradotto, in una nuova epoca, in un nuovo modo di pensare e
di vivere o al contrario può essere definitivamente abbandonato.
Agli artisti viene data la rara occasione di avere una direzione dove puntare la propria sensibilità,
mettere il proprio talento in connessione con una rete di idee, non essere più solo casi isolati in un
mare di conformismo, ma una visione parziale e necessaria di un tutto da ricostruire.
Se non fosse necessario passare attraverso una tragedia così dolorosa sarebbe da augurarsi un
momento di ripensamento come questo per tutto il panorama dell’arte, e forse anche per il paese
Italia in generale. Sospendere per un momento l’incantesimo, guardare la realtà, guardarsi intorno,
ascoltare gli altri, ritrovare un senso comune, il valore dell’esperienza, l’umanità di un gesto
donato, la bellezza gratuita di un’idea.
E’ questo l’epicentro di un sisma buono, lo smottamento di idee che non separa ma unisce, non
vane parole, ma disponibilità a rivedere tutto, riscrivere tutto, ripulire tutto, rifare tutto, bello e
meglio di prima, perché non siamo da meno e lo possiamo fare.